La Terapia Latina

“Fai un lavoro che ami e non lavorerai mai”: recita più o meno così il proverbio. Poco più di un anno e mezzo fa, convalescente in ospedale dopo un’operazione, ho raccontato a mio fratello di voler mettere su un gruppo musicale che suonasse qualcosa di festoso e allegro, che racchiudesse la grinta ed energia latinoamericana e che potesse far divertire, divertendosi. Lo avevo sempre pensato, ma l’idea concreta mi era venuta in una serata improbabile di agosto, qualche mese prima, quando, giocando a rubabandiera sulla sabbia dopo una cena in spiaggia, in sottofondo si sentiva “El cuarto de Tula” di Buena Vista Social Club, suonata da dei ragazzi romagnoli, amici molto bravi ma con una pronuncia non proprio cubana. Ricordo di aver pensato di volerlo fare anch’io, di rispolverare un repertorio sudamericano e caraibico, mettermi una camicia o maglietta colorata, o a fiori, di quelle che non metti mai o ti capitano addosso per fare le prove, e presentarmi in un palco pronto a suonare, a cantare in spagnolo (lingua madre: la mamma è sempre la mamma) e danzare sul ritmo, cosa che non sapevo fare, con la solita scusa: “…musicisti non balliamo”. In tutte le mie situazioni musicali non avevo mai messo in conto di scherzare e di ridere senza pensare a quel che stavo suonando. Mi serviva qualcosa di giocoso, per poter tirare fuori il baccano spesso sopito in arpeggi, dolci note e tranquillità, che fanno parte di una parte di me. L’altra, invece, diabolica, affamata di rocknroll, aveva bisogno di mettersi alla prova. Lo avevo capito vedendo il pre e dopo serata del mio gruppo “titolare”, i Turkish Café. Le canzoni -e le cover- dei Turkish sono un perfetto equilibrio, un’armonia di cori, note, testi e colori. Prima e dopo il concerto, il delirio. L’esatto opposto. Ho vissuto girando insieme a loro situazioni così bizzarre e rock che a vedere un concerto non ci crederesti. Eppure è così. Volevo semplicemente provare il contrario: stare tranquillo prima e dopo, e fare casino durante.
Sul letto dell’ospedale con mio fratello accanto abbiamo passato giornate a pensare e trovare le possibili canzoni, è stata la parte più facile. Facile è stato anche trovare musicisti entusiasti del progetto. Più difficile è stato trovare il nome. Ogni giorno ne venivano fuori cinque o sei: ricordo “Buena onda social club”, già usato, “Oye mami”, preso da un brano di Pablo, “Mar del Plata”, la mia città natale, “Barrio Brown”, il quartiere dove sono nato, e altre mille soluzioni che però non erano soddisfacenti. Intanto, gli infermieri arrivavano puntualmente, a orari precisi, annunciando “ecco la terapia di oggi”. Alla fine, infermiere dopo infermiere, il suono mi è arrivato dentro. La terapia. Certo… La Terapia! Ecco il nome… si, è qualcosa che cura, che sana, attraverso la musica guarisce e aiuta, qualcosa di utile. Suona anche bene. La Terapia! Abbiamo poi aggiunto il termine “Latina” perché altrimenti sarebbe sembrato un gruppo punk. Ricordo che ero ancora fasciato quando ci siamo trovati per fare le prime prove. Dopo un paio di mesi il debutto. Quattro secondi e mezzo, circa, e tutto il locale ballava. Così per le successive tre ore. Avevo toccato un pulsante importante. Così, un gruppo nato per scherzo era diventato qualcosa di travolgente, e il palco aveva dimostrato ancora una volta che soltanto divertendosi e ascoltando le proprie necessità, si riusciva a divertire il pubblico e a farlo danzare, spensierato, sulle proprie inquietudini.

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