Forse, ma forse, ma si…

Vasco entra in un programma televisivo dubbioso con la chitarra scordata, sembra appena sceso dalla moto, e si prepara ridacchiando. Forse non gliene frega niente. Si siede, prende lo strumento e canta. Cambia anche qualche parola della sua canzone. Lo guardo attentamente. L’ho sempre considerato un mito, anche quando ha smesso, forse, di scrivere cose così, come Sally. Mentre ascolto, piano piano comincio a infilarmi nel pubblico, mi siedo tra la gente, con aria indifferente. Cerco di capire, di sentire. Sono tra ospiti illustri, nessuno fiata. Sopra, gigante, la scritta “Telegatto di platino” ha un qualcosa di inquietante. Mi chiedo cosa c’entri tutto questo con Sally. Ascolto, in silenzio, le parole, e la chitarra, e mi chiedo chi gli avrà insegnato quegli accordi, così semplici! Da da ba dam, senti che fuori piove, senti che bel rumore. Lui sta lì, guarda il pubblico, continua a cantare. Nella mia mente si accendono le voci di tutti quelli a cui lui non piace, forse gente della mia età, o più piccoli, o più grandi, gente che considera la musica come qualcosa su cui opinare, o della quale discutere. E allora con questo video mi rivolgo a tutti quelli che oggi, forse, scorrono l’ennesimo elenco per molti anonimo di partecipanti a Sanremo, senza sapere che proprio lui è arrivato penultimo in quel festival. Penultimo, con solo un voto in più dell’ultimo. Cioè è arrivato praticamente ultimo con l’unica canzone, forse, davvero importante di quell’anno. Una canzone, Vita Spericolata, che ha segnato, forse, un’epoca e che ha rappresentato un’intera generazione, e forse la rappresenta ancora, dopo più di 30 anni. La chitarra la suona male e a volte stona di brutto. Ma, forse, canta e vive di pancia, di cuore, non ha dizione, non gliene frega niente di niente. Forse è così marcio che è uno specchio per tutti noi, sta lì a raccontarci una storia triste, dalla melodia superba, per ricordarci, forse, cosa vuol dire dire qualcosa, per insegnarci a stare tranquilli, che la verità è, a volte, in uno sguardo placido al pubblico. E mentre scrivo, vi chiedo di ascoltare sì la canzone, sì le parole, ma di dare attenzione infine a quell’ultima, piccola, insignificante, nota stonata. E vi dirà cosa, forse, vuol dire essere grandi. Quella nota è vera, così come lui, che, forse, è grande perché è lui e basta. E mentre ci scapicolliamo, affannati, per cercare, forse, di apparire, di essere chi non siamo, di trovare un sound, un riff, un look, un target, un social, un post, un like, invito ogni collega musicista e non, a cercare di essere così. Di scrivere o dire qualcosa che possa far nascere, forse, qualcos’altro di meraviglioso. Di salire sul palco o nella vita ed essere sé stesso, stonato o intonato, strano o normale, brutto o bello, abbandonato, primo, ultimo, …solo.
Come quella nota finale, forse giusta e stonata. Così perfetta, come tutti noi.

Forse, ma forse… ma si.

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