Lo Zen e l’arte della manutenzione del musicista

Tutto ricomincia ogni volta. Pazzesco. Così, mentre ritorno davanti a un microfono e sullo schermo c’è scritto “Rec” e il pallino rosso, ripenso alle cose fatte in quest’anno (e alle cose che ho registrato nella memoria!). Esattamente un anno fa stavo entrando in uno studio, per registrare un disco, il mio secondo “personal”. Finora mi ha portato molte cose, e molte ne porterà. Non ho comprato una casa con i ricavi né ho fatto un mese dentro una jacuzzi piena di coca cola nell’attico di uno yacht a 47 piani, purtroppo! Ho viaggiato, ho fatto migliaia di km a volte soltanto con la chitarra e a volte anche senza, con musicisti e a volte anche senza. Ho vissuto una quantità enorme di situazioni, belle e meno belle, per lo più belle, che mi hanno portato fin qui con lo stesso entusiasmo, o maggiore. Essere un musicista né ricco né famoso è un po’ come essere un prete, o comunque un religioso, in qualsiasi squadra giochi: lo fai perché te lo senti dentro, perché lo vuoi fare davvero. Un specie di super eroe senza super poteri, come Robin. Non c’è nessuno che ti obbliga, neanche Dio. Neanche il Dio del Rock Pop Latin Jazz Folk HipHop Reggae Blues Ska Ecc e tutti gli angeli canterini insieme. Nessun contratto milionario né tantomeno fan che ti suonano il campanello in cerca di un autografo. Hai delle soddisfazioni in cose piccole, spesso meravigliose. E per fortuna le sai distinguere. “La fama es un cuento” diceva mia nonna, mentre mangiava un cucchiaio di dulce de leche. Studi e scrivi, quando puoi, perché devi fare quasi tutto il resto da solo, e suoni suoni suoni suoni suoni, più possibile. Niente altri lavori, la scelta è netta. Poi ti rendi conto di quanto sia diverso scegliere così, metterci la faccia rispetto al non farlo. Preferisci la prima, nonostante sia più facile la seconda. Il ritorno è nel lungo termine. Credo. Nel breve termine ci sono altre cose, più domande che risposte, sicuramente quelle che ricevi su come va. “Come va?” è diverso da “come vai!”. Però è sincero, il secondo è di solito invidioso. Credo. Passa il tempo e tu ripensi allo studio fatto fuori e in studio. A quante volte hai detto “ok ricominciamo”, al tempo speso, alle energie per ogni singola nota, all’andare a pranzo che è ora o alla classica “un ultima take, me la sento”. La vita in musica è uno sforzo e un’attenzione costante, è un lavoro, e anche molto duro. Dietro a ogni strofa c’è un gran lavoro. Non c’è cartellino e il cerca-persone sei tu. Uno studio in studio, e fuori, e prima, e il risultato di anni di esperienze, di palchi, di prove. A cosa hai vissuto per scrivere quella canzone. Suoni e canti e cerchi di far arrivare quello che hai da dire, da dare. Ricordarsi il perché. Perché dovresti stare lì a dire qualcosa a qualcuno. Tutti, o nessuno, capiranno. Probabilmente qualcuno e comunque a modo suo. Il lettore è lo scrittore diceva Borges. L’ascoltatore non è il musicista, secondo me, ma è sicuramente la musica. Sua è la musica. E quindi le corde cambiate, migliaia, le rime sbagliate, di più. La fabbrica di idee nella testa, la penna, la carta, il computer, il cesello, il riscrivere, il cambiare, il riascoltare, il bocciarsi, il sorprendersi. E poi cantare, suonare, mescolare con un mouse, in qualsiasi forma sia, registrare un brano è una cosa unica. E’ scattare una foto avendo cura di tutti i dettagli e in fondo anche lasciandola vivere, senza pensare troppo. Prendersi il tempo di non avere tempo. Così un anno dopo eccomi qua, di nuovo davanti a un microfono, per una cosa che non so quando uscirà, ma che sta già nascendo. Si ricomincia, chissà quante volte succederà ancora. E per tutti i musicisti, cantanti, cantautori, creatori di musica, super eroi con o senza super poteri, la direzione è sempre avanti. Perché prima dello Stop c’è sempre un Play. E prima ancora un: “Vai, premi Rec”.

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