Radio killed the radio star

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in trallazzo

Radio killed the radio star

Radio e tv sono ormai la stessa cosa. Voglio raccontarvi questa recente esperienza mistica.

Premessa, non so se sia peggio la persona che va avanti nella vita attraverso vie semplificate, o tutti gli altri che dicono “si sa che funziona così”. Il punto è che funziona così davvero, però non sopporto i secondi. Che ti lamenti a fare? Vado al sodo: sono stato con i Turkish Café a fare le audizioni di Sanremo Giovani, il festivàl della canzone. Claudio Baglioni è davvero alto. Ho conosciuto tra i corridoi suo figlio Giovanni, anche lui in giuria. Giovanni è un grande chitarrista. Quando ho scoperto che c’era lui mi è salita l’ansia. Però tutto ok perché le audizioni le fai in playback, non si ha tempo di fare il sound check degli strumenti, sono una sessantina di brani in un (1) giorno. Soltanto le voci sono in modalità “on”. Quindi, il festivàl dei cantanti. Ci è stato detto: “non avete dato la possibilità alla giuria di farvi passare”. Sapete che vuol dire? Vuol dire che per passare alla fase successiva, se non hai dietro un talent o una major, devi essere Maradona, perché loro possano dire che “chi merita arriva”. Mi spiego: se sei “ben accompagnato e hai le spalle larghe” (non fatemi dire quella parola), probabilmente sei anche bravo, e passi. Se non sei ben accompagnato e non hai dietro qualcuno con le spalle larghe, devi essere molto, molto di più. Devi essere molto bravo, sorprendere e stupire. E’ come se in una corsa 100 mt piani tu parti da una ventina di metri indietro. Devi correre come Bolt e forse ti qualifichi. Cosa che non è successa con le audizioni dei Turkish. Anche questo è scontato, è il classico commento di chi non passa. Sentito e “risentito”: il sopracitato “si sa che funziona così”. Però raccontato da dentro è più carino. Ci hai provato, hai portato un brano che parla di un tema delicato e crudo come quello della sanità, di operazioni, di ospedali, di dottori e pazienti. Credetemi, è meglio parlare d’amore e di fiori. Ancora oggi. Abbassi le braccia, e via. Un altro concorso. Ne ho fatti molti nella musica che tratta le canzoni come vasetti di yogurt. Altra frase chiave: “una volta che l’hai pubblicata, è bruciata”. Cioè è andata, te lo devi mangiare, e anche subito, e andarne a prendere un altro, se vuoi ritentare la fortuna l’anno prossimo. La cosa che però mi ha lasciato davvero quest’esperienza, oltre al fatto che Baglioni è molto alto, è stata la faccia impaurita delle persone dietro le quinte. Non solo i ragazzi, ma anche quei personaggi del mondo discografico che sono tutt’intorno. Gente in borghese (raro un sorriso) che aspetta di veder passare i propri figlioli prodighi per ripagarsi sforzi e sacrifici. Per sperare di guadagnare. Oh, nessuno che ti dice qualcosa sulla musica, o sul comunicare qualcosa. Al massimo qualche parola sull’arrangiamento “alla moda”, pezzo “carino che funziona”, “bella voce e poi sul palco è credibile”. Molte di queste persone le conosci da altri concorsi, con qualcuno sei anche amico, qualcuno ti dice all’orecchio “..quella lì ha fatto xfactor”, tutti ragazzi come te con il cuore pieno di speranza, ma le parole che non vogliono, non possono, far trasparire nulla, per carità, mentre si guardano in quegli specchi con tutte lampadine intorno, cercando un coraggio dettato dalla speranza di andare in TV, di avere successo. Allora, innanzitutto che paura hai, visto che stai per andare a cantare una canzone che hai studiato per mesi e che hai anche inciso. Probabilmente non l’hai scritta, oggi non funziona così, ci pensa qualche “autore” a darti il brano, musica e parole e poi tu lo canti. Detesto questa cosa, però so bene che ci sono dei cavalli da corsa per il canto molto molto bravi ed emozionanti. Però emozionati no ragazzi, soprattutto se non avete scritto il pezzo. E se poi sapete che probabilmente passate, perché avete paura? Paura dovrei averla io, che ho vissuto quelle parole scritte, cantate e infine incise, che non passo alla fase successiva neanche se mentre canto giocolo con le torce infuocate su un monociclo in un cubo di un metro per un metro.

Morale della favola: la musica, anche quella che sentite in radio, è ormai televisione amici miei.

Radio killed the radio star.

P.S.: prometto che se un giorno sarò “alla fase successiva”, racconterò tutto quel che vedrò.


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