Viva el fútbol

Anche se scrivo in italiano in questo blog, sono Argentino. Non è un aggettivo, è proprio un secondo nome all’anagrafe. Non puoi cambiarlo, l’argentino è Argentino, punto. E’ caloroso, sveglio, sorridente, crede di saper fare tutto, è bugiardo, è picaro, è grintoso, è amico, è tifoso, è simpatico, è accogliente, è disponibile, è precoce, è generoso, ha un ego enorme, è complice, è maniacale sia nel successo che nell’autodistruzione, è un elenco lungo del peggio del peggio e del meglio del meglio, è mescolanza di molti popoli, e forse anche per questo, è molto, ma molto patriottico. Quando non sai da dove vieni, ti afferri al di dove sei. E in Argentina ci sono milioni di nipoti di immigrati europei così come qualcuno -pochi, li hanno ammazzati tutti- di indigeni. Se sei argentino non devi, da grande, scegliere la cittadinanza. “Sei e sarai sempre argentino” mi hanno detto al Consolato, chiedendo quale nazionalità dovessi “assumere” da maggiorenne. Puoi essere a 10000 km ma quando vedi quei colori, si accende un sentimento forte, che è stato capace, nella sua breve storia, di incredibili rivoluzioni e di grandi miracoli, sempre nel peggio del peggio o nel meglio del meglio. Senza mezze misure. Quando suono metto spesso davanti a me la bandiera celeste y blanca, e spesso gli argentini nel mondo o i simpatizzanti si fanno la foto ricordo, si asciugano il sudore, ci rovesciano un po’ di Fernando per fare un’offerta a Dios. Oppure al Diez, perché ci sono grandi calciatori che ci ancora fanno commuovere, che ci fanno respirare aria di casa, quel profumo di erba umida tagliata e di asado, e che ci fanno sentire uniti, nella differenza. E per chi dice che il calcio è soltanto un gioco, io rispondo che spesso è la cosa più importante del mondo. Il calcio può fermare l’amore, sconfiggere le guerre, può fermare un attimo il tempo e forse forse anche il Papa. Che è Argentino. E allora que viva el fútbol se ci fa abbracciare, commuovere, soffrire fino a finirci le unghie, andare a dormire alle 3:30 am per il fuso orario, per vedere la partita in diretta streaming che forse si vede male. Perché la nostra voglia di giocare ci fa sentire, per un attimo, ancora in partita, nel campetto di periferia della nostra vita semplice, mettendo dentro la palla dai nostri divani, con un gesto scattoso della gamba, quasi ad allungarla, quasi a voler aiutare il calciatore che nello schermo la sta mettendo davvero, la gamba, ignaro di noi, milioni di persone che lo guardiamo, lo incitiamo, lo insultiamo e poi lo abbracciamo, quando di petto, di gola e di cuore gridiamo un gol. E si… que viva el fútbol carajo, e que viva tutto quello che, per fortuna, ci fa ancora sognare. Senza mezze misure.

Buona, la prima!

Se il secondo album è sempre il più difficile, la prima volta è la più bella, quando è buona. Un teatro piccolo, fuori la Luna crescente si guarda con Venere, fa caldo, intorno Mar del Plata, la città in cui sono nato e dove non vivo più. Vicino a me mio padre Mario, alla chitarra, e mio cugino Valentín, al piano. Ospite della serata, Daniel, un acordeonista pieno di note, di sorrisi e di parole. Come gli altri due. Si scherza fino a poco prima del concerto. Poi, per un attimo, chiudi gli occhi, ti ricordi e ti ripeti perché sei lì, e sei lì è per tutto quello che hai fatto prima di essere lì. Se ogni cosa che facciamo è il risultato di tutta una vita, tanto vale farla bene. Vamos. Il concerto comincia, scorre, il palco è sempre uno spogliarsi, il pubblico è lo specchio, e così lo è la tua musica per loro, e gli applausi sono per ogni parola e nota fiorita in studio e in sala prove, per ogni goccia di pura emozione sudata regalata a noi stessi. Per il resto non ricordo molto, è tutto un sogno, mi abbandono alla musica, allegramente misteriosa, che inizia, danza e finisce leggera e tagliente, felice e nostalgica, rifinita e cruda, tra gli applausi, i quattro bis, i sorrisi, i complimenti un po’ sorpresi, le foto e i saluti. Ringrazio, torno a casa, brindiamo. Buona la prima, e sempre avanti!