Tango Italiano

Sono sempre stato affascinato dalla storia dei miei bisnonni.
La loro vita è stata un tango. E un po’ anche la mia.
I miei nonni poi mi hanno avvicinato al tango.
I miei genitori me lo hanno fatto incontrare.
Mio fratello me lo ha fatto suonare.

All’inizio, durante i concerti qui in Italia, la gente mi chiedeva di cosa parlassero quei pochi tanghi che conoscevo, e che infilavo nel repertorio quasi per caso. Così, per necessità, ho cominciato a tradurli, anche per una mia passione -e forse vocazione- verso la traduzione.

Come spesso succede quando cerchi una cosa ne trovi poi un’altra, più importante. Col tempo ho capito che questa traduzione, oltre che necessaria, era soprattutto “giusta”: i tanghi raccontano di storie di emigranti, che erano per lo più italiani: dunque mi è sembrato giusto tradurli -o cominciare a farlo-, per poterli ridare agli italiani, quelli partiti, quelli rimasti, o quelli che sono tornati, e restituire storie quasi ormai dimenticate.

In questo percorso ho scoperto di essere il primo in assoluto ad affrontare quest’impresa titanica: esiste già chi lo fa, recitando tanghi in italiano, ma in pratica sono il primo a tradurre i tanghi da cantare e suonare. L’altra differenza sostanziale è la quantità: ne sto facendo molti in questo modo, così da poterne creare un vero e proprio concerto. E poi se ci saranno altre persone che lo faranno, non importa. Le mie traduzioni sono il frutto della mia vita, della mia esperienza, del mio pensiero.

Non solo. La traduzione è un processo lento, soprattutto per la poesia. E il tango ne contiene un mare, di poesia. Per di più, rendere efficaci la metrica, la ritmica, l’assonanza, la rima e la musicalità di queste opere, oltre al significato da mantenere, è cosa tanto difficile quanto meravigliosa.

Come ogni prova ardua, il risultato è sorprendente: nella mia recente tournée in Argentina per presentare l’album “SOS”, all’interno dei concerti ne ho presentati quattro, facendone scegliere al massimo due o tre al pubblico. Premessa: suonare tango in argentina è come andare in Romagna a vendere le piadine. Avevo paura che mi guardassero dall’alto e mi dicessero: “ma come ti viene in mente?”.
Invece, la sorpresa: il pubblico, affascinato, me li richiedeva. Una folgorazione, per entrambi. La stessa cosa si è ripetuta nelle radio e nelle televisioni, dove i conduttori mi hanno più volte richiesto i bis dei tanghi in italiano.

Bene, ora lascio parlare questi tre brani, che ho suonato con mio fratello Pablo, al Teatro di Porto San Giorgio, ad aprile. Ce ne saranno presto molti altri.

Credo, infine, che partendo dalla proprio storia personale si possa arrivare a tutto il mondo, basta avere un sogno da realizzare e qualcosa da dire, o da cantare.
In questo caso, la chitarra, il bandoneón, la voce e le radici di due fratelli tra Italia e Argentina, sono i compagni di viaggio di un ponte immaginario lungo come tutto l’oceano, per andare e tornare, e riportare indietro quelle navi cariche di sogni, partite dai porti italiani un secolo fa, diventate, col soffice mutare della storia, poesia, diventate musica, diventate ballo. Diventate Tango.

Una vita in Erasmus

Nell’unico bar fuori dalla metro del quartiere residenziale di Canyelles servono anche piatti completi. Forse non ho così tanta fame, meglio un mezzo panino, jamón “del país” e formaggio. Il pane con pomodoro, ovviamente. Vicino a me il vecchio Pepe, in tasca molti spicci, paga il bicchiere di vino con una banconota arancione. Così, per smacco alla vita, mentre il cameriere, abituato alla scena, fa un ghigno complice e gli dà il resto. Nell’altro e ultimo tavolo del locale, lei, incinta, racconta al futuro padre di qualche sua zia mentre lui, con una pancia ancora più grossa, mangia, guarda la piccola tv appesa sul muro in alto e discute col barista se sia davvero così pessimo Cristiano Ronaldo. Niente a che vedere con Messi, risponde l’altro, mentre pulisce il bancone d’acciaio. Qui a Barcelona l’aria di novembre è tiepida, anche se piove. Il mare addolcisce l’autunno e io chiedo un caffè: non è neanche male. Ho la stessa sensazione di quando, qualche anno fa, stavo per entrare all’università, a Bruxelles. La mia prima lezione da Erasmus, una delle poche. Oggi come in quel giorno -rarità- sono arrivato in anticipo. Non so niente, nessuna aspettativa, niente di niente. Stavolta niente economia, stavolta chitarra. Chitarra flamenca. Non ho con me lo strumento, me lo daranno alla scuola. Ho un quaderno, scrivo per uccidere il tempo. Mi chiedo come sarà. Mi rendo conto di avere anche lo stesso entusiasmo di qualche anno prima, e neanche tanto consapevole, anzi. Non ho idea di quello che mi aspetta. Chissà se sarà stata una buona scelta, chissà cosa dovrò studiare, imparare, sudare. So che conteranno poco tutti i concerti, festival, serate, canzoni, dischi da presentare. Qui ho le stesse preoccupazioni di anni prima, prima dell’università, prima del liceo, prima delle medie, prima di arrivare in Italia. Mi chiedo quando sia cominciato questo Erasmus. Forse a 8 anni, quando siamo partiti dall’Argentina. Forse ancora deve finire. Chissà quanti esami mancano in un piano di studi infinito. Dopo qualche giorno da turista per caso, e una vita da studente per scelta, suono il campanello: “Adelante…!”.