Acqua Grande

In Argentina la strada più famosa è la Ruta 40, che percorre tutto il paese come la sua spina dorsale, e passa in Patagonia anche per i “7 lagos”. Quella che ho attraversato io si può chiamare la Ruta dei 7 fiumi, nei quali mi sono fatto il bagno: Paraná, Río Colorado, Motoco, Limay, Cuyín Manzano, uno di cui non ho mai saputo il nome, e infine “Iguazú”. A questo sono tornato dopo anni, con una meravigliosa compagna di viaggio, negli ultimi giorni di questo lungo e straordinario Julico trip sudamericano. “Acqua Grande” è il significato di Iguazú, in lingua Guaraní, la popolazione originaria di questo posto in mezzo alla foresta tropicale, oggi sul confine tra Argentina, Brasile e Paraguay, la lingua che parlano i calciatori di quest’ultima nazionale durante le partite per non farsi capire dagli altri. L’unica altra parola che ho imparato è “Grazie”, che si pronuncia “Haévete”, mentre si fa un gesto con entrambe le mani aperte in avanti, che assomiglia al nostro dire “calma”. Mi piace pensare che grazie e calma siano strettamente legate, quasi a dire che per stare tranquilli e in pace bisogna saper ringraziare, così come per saper ringraziare (e farlo) bisogna essere in armonia. Soprattutto perché il “grazie” dev’essere opportuno e sincero. Un grazie armonioso e calmo lo dedico quindi a questo posto, chiusura di un viaggio che presto ripartirà, ciliegina sulla torta di un’avventura dai mille aneddoti coloriti. Come questo posto dal quale scrivo, un angolo di paradiso nella giungla, caldo, umido afoso, soffocante, pieno di zanzare, ma paradisiaco. Non so cosa voglia dire, però è paradisiaco, armonioso e calmo. In posti così ho sempre la sensazione istintiva che l’armonia sia naturale, che dovrei vivere qui, lasciar perdere con la musica o le parole, stare dietro alle piante, agli animali, tenere a bada le persone nei confronti della fauna e viceversa. Quando vedi le cascate di Iguazú un brivido corre giù lungo tutta la schiena, la testa esplode in migliaia di farfalle colorate che schizzano succo di mango, i piedi affondano la radici fino al magma terrestre, il ventre si accende, gli occhi si tingono di acqua e le mani si aprono come gli artigli del puma che intanto i guardiani del parco stanno cercando, e mentre ti dicono di stare attento, in fondo speri di incontrarlo, di vederti riflesso nei suoi occhi e sentirti parte del suo battito e della vicendevole paura di affrontarsi, di rispettarsi, come rispetti ogni singola goccia delle acque grandi, inconsapevoli di stare per cadere giù, precipitando senza timore nel vuoto immenso, danzando allegramente, rimbalzando e consumando la roccia, schivando predatori e prede, dall’alba al tramonto e sotto le stelle, per poter raccontare un giorno al mare quant’è lunga e piena la storia senza tempo che ha vissuto ogni sua molecola fino a ricongiungersi a lui, in un circolo infinito delle anime di un divino, e terreno, parco acquatico.