Giocattolo rabbioso

GIOCATTOLO RABBIOSO – JUGUETE RABIOSO (Acho Estol – La Chicana. Trad. Julián Corradini)

Veterano dell’insonnia,
sono un vecchio prematuro.
Mi si stancano le frasi
non lo dico per parlar.

Veterano del insomnio,
soy un viejo prematuro.
Se me cansan las palabras
no es una forma de hablar.

Ho una chitarra italiana,
quando hai fame tutto è buono.
Il Mario me la raddrizza
ma si torna a piegar.

Tengo una viola italiana,
cuando hay hambre no hay pan duro.
El Mario me la endereza
pero se vuelve a doblar.

Per pagare nozze e anello
l’automobile ho venduto.
Innocente adolescente
all’asta della mia libertà.

Para garpar el casorio
y el anillo vendí el coche.
Inocente adolescente
rematé mi libertad.

Sono tv – dipendente
senza volume di notte,
come per non disturbarla,
anche se ormai lei non c’è.

Soy un yonqui de la tele
sin volumen a la noche,
como pa no molestarla,
aunque ella ya no está.

Matta, lasciami nella tua bocca
per la colpa che mi tocca
citami una volta ancor.
Tipico di me che vivo in pena
se le carte sono buone
io le devo sputtanar.

Loca, no me exilies de tu boca
por la culpa que te toca
mencioname una vez más.
Típico de mí que vivo en pena
se me da una mano buena
y la tengo que arruinar.

Con me ti sei ben distinta
a mia madre hai sempre detto che mi potevi domar.
La mia rivoluzione era apparenza
e tu hai perso la pazienza quando stavo per mollar.

Vos te esmeraste conmigo
a mi vieja le dijiste que me ibas a domar.
Mi revolución era apariencia
me perdiste la paciencia cuando estaba por flaquear.

Un giocattolo rabbioso,
il tuo mito incatenato.
Scambiato per un amuleto,
un tizio per la tua croce.

Fui tu juguete rabioso,
fui tu mito encadenado.
Me tomaste de amuleto,
un flaco para tu cruz.

Voglio bene al tuo ritratto
quante volte l’ho baciato.
E lo abbraccio preoccupato
quando va via la luce.

Me amigué con tu retrato,
cuántas veces lo he besado.
Y lo abrazo preocupado
cuando se corta la luz.

Nella mia chitarra birba
c’è un tango rintanato,
amante che mi hai ingabbiato
non ti posso più cantar.

En mi guitarra atorranta
hay un tango agazapado,
percanta que me amuraste
no te puedo ni cantar.

Non mi riesce più il lirismo,
ho una rima di traverso
dove ti mando a fanculo
e poi ti torno a supplicar…

No me sale más lirismo,
tengo un verso atragantado
donde te mando a la mierda
después vuelvo a suplicar…

Matta, lasciami nella tua bocca
per la colpa che mi tocca
citami una volta ancor.
Tipico di me che vivo in pena
se le carte sono buone
io le devo sputtanar.

Loca, no me exilies de tu boca
por la culpa que te toca
mencioname una vez más.
Típico de mí que vivo en pena
se me da una mano buena
y la tengo que arruinar.

Con me ti sei ben distinta
a mia madre hai sempre detto che mi potevi domar.
La mia rivoluzione era apparenza
e tu hai perso la pazienza quando stavo per mollar.

Vos te esmeraste conmigo
a mi vieja le dijiste que me ibas a domar.
Mi revolución era apariencia
me perdiste la paciencia cuando estaba por flaquear.

Chissà se sarai lì

Mi perdo in ogni città,
cercando in quale caffè potrò fermarmi
a prendere nota del mondo, e segnare
ricordi che poi col tempo verranno a trovarmi.

Mi piace cercarti così
sognando quel posto che ci farà incontrare
o dove sei nata e cresciuta o dove
sapresti, paziente e curiosa, starmi ad aspettare.

Ti cerco in questa città,
a volte a Bologna di notte o a volte più a Roma,
Parigi non fa per te, piuttosto Catania, Venezia
o il porto di Ancona: chissà se sarai lì.

Ti ho persa in mille città,
ma in altrettante ho trovato un altro amore,
quello che brucia la pelle e dura
il fuoco di un giro di giostra o di un paio d’ore.

A volte ti vedo a New York,
e credo di averti incrociata anche a Berlino,
o sotto la torre di Londra o in qualche volo
che da Buenos Aires portava a Pechino.

Ti cerco in questa città,
a volte a La Habana escondida o a volte a Verona,
Parigi non fa per te, hai detto salendo sul treno
a Barcelona: chissà se sarai lì.

Mi perdo in ogni città
di notte cammino soltanto per andare,
i miei passi contano il tempo che manca
e mi chiedono se sarò pronto a vederti arrivare…

Ti aspetto in ogni città,
in tutti i viaggi di andata e nei ritorni.
Non so quale faccia per me,
in fondo lascio al destino le mie sorti:
chissà se sarai lì.

(Pablo & Julián Corradini)

Tan poco

L’ennesima traduzione, non posso farne a meno.
Stavolta live (buona la prima) di “Un tempo piccolo”. Qui sotto il testo.

UN TEMPO PICCOLO – TAN POCO

Me hice grande y en muy poco tiempo
bajé de la cama libre como el viento
y maquillándome como un payaso
tomando vodka hasta llenar el vaso
llegué a la calle y me mezclé en el tránsito

Rodé en subida como si fuera mágico
tocando el suelo en equilibrio crítico
me hice árbol para oscilar
cambié mirada para otro lugar
me equivoqué para poder errar

Pinté mi alma sobre tela anónima
y mezclé la vodka con agua tónica
almorcé tarde a la hora de la cena
le hablé al libro como a una persona
miré las telas en una forma irónica

Y me jugué la vida probando el riesgo
de renacer de nuevo bajo otro cielo
y me olvidé de golpe de un pasado loco
y tardé tan poco.

Engañé el dolor con un vino tinto
tirando al corazón en cada lugar distinto
durmiéndome con un viejo disco
conté la vida que nunca han visto
juntando el mundo en un plato mixto

Pinté mi alma sobre tela anónima
y mezclé la vodka con agua tónica
almorcé tarde a la hora de la cena
le hablé al libro como a una persona
miré las telas en una forma irónica

Y me jugé la vida probando el riesgo
de renacer más tarde bajo otro cielo
y me olvidé de golpe de un pasado loco
y tardé tan poco…

(traduzione: Julián Corradini)

Viva el fútbol

Anche se scrivo in italiano in questo blog, sono Argentino. Non è un aggettivo, è proprio un secondo nome all’anagrafe. Non puoi cambiarlo, l’argentino è Argentino, punto. E’ caloroso, sveglio, sorridente, crede di saper fare tutto, è bugiardo, è picaro, è grintoso, è amico, è tifoso, è simpatico, è accogliente, è disponibile, è precoce, è generoso, ha un ego enorme, è complice, è maniacale sia nel successo che nell’autodistruzione, è un elenco lungo del peggio del peggio e del meglio del meglio, è mescolanza di molti popoli, e forse anche per questo, è molto, ma molto patriottico. Quando non sai da dove vieni, ti afferri al di dove sei. E in Argentina ci sono milioni di nipoti di immigrati europei così come qualcuno -pochi, li hanno ammazzati tutti- di indigeni. Se sei argentino non devi, da grande, scegliere la cittadinanza. “Sei e sarai sempre argentino” mi hanno detto al Consolato, chiedendo quale nazionalità dovessi “assumere” da maggiorenne. Puoi essere a 10000 km ma quando vedi quei colori, si accende un sentimento forte, che è stato capace, nella sua breve storia, di incredibili rivoluzioni e di grandi miracoli, sempre nel peggio del peggio o nel meglio del meglio. Senza mezze misure. Quando suono metto spesso davanti a me la bandiera celeste y blanca, e spesso gli argentini nel mondo o i simpatizzanti si fanno la foto ricordo, si asciugano il sudore, ci rovesciano un po’ di Fernando per fare un’offerta a Dios. Oppure al Diez, perché ci sono grandi calciatori che ci ancora fanno commuovere, che ci fanno respirare aria di casa, quel profumo di erba umida tagliata e di asado, e che ci fanno sentire uniti, nella differenza. E per chi dice che il calcio è soltanto un gioco, io rispondo che spesso è la cosa più importante del mondo. Il calcio può fermare l’amore, sconfiggere le guerre, può fermare un attimo il tempo e forse forse anche il Papa. Che è Argentino. E allora que viva el fútbol se ci fa abbracciare, commuovere, soffrire fino a finirci le unghie, andare a dormire alle 3:30 am per il fuso orario, per vedere la partita in diretta streaming che forse si vede male. Perché la nostra voglia di giocare ci fa sentire, per un attimo, ancora in partita, nel campetto di periferia della nostra vita semplice, mettendo dentro la palla dai nostri divani, con un gesto scattoso della gamba, quasi ad allungarla, quasi a voler aiutare il calciatore che nello schermo la sta mettendo davvero, la gamba, ignaro di noi, milioni di persone che lo guardiamo, lo incitiamo, lo insultiamo e poi lo abbracciamo, quando di petto, di gola e di cuore gridiamo un gol. E si… que viva el fútbol carajo, e que viva tutto quello che, per fortuna, ci fa ancora sognare. Senza mezze misure.