Penna billi Penna balli

Siamo arrivati a Pennabilli dalla strada più lunga, perdendoci, come spesso succede. Quando, dopo molte, moltissime curve, spunta questa rocca fuori dal tempo, ti chiedi dove sei finito, e anche come mai. Non può essere che quassù, persa nella Romagna nascosta, venga gente da tutto il mondo. Il sole di mezzogiorno picchia forte sulla pietra, sui mattoni, sul bosco, dove qua e là spuntano tende e tendoni, palchi e palchetti tra le stradine, dove le bandiere ti guidano, dove ogni spazietto libero e colorato sta per dare vita a uno spettacolo che probabilmente ti lascerà qualcosa dentro. Ma… questo non l’ho capito subito. All’inizio ti arriva dritto in faccia un soffio di aria tiepida, una brezza di buon umore. Poi il sorriso della gente ti conferma che va tutto bene, che non sei sotto effetto di aria di montagna o delle tue aspettative. Così, il cuore si rilassa, e la mente si accende. Si guardano intorno, insieme, e a braccetto passeggiano per un borgo dove la parola gioia si mescola con i passi spensierati delle persone che incontri, dei visitatori, degli artisti, degli abitanti del posto. La gente, dal primo pomeriggio fino alla notte fonda, guarda gli spettacoli, ascolta, balla, canta, ride, pensa, applaude. Si nutre. L’artista, o quello che sta dall’altra parte, dà, incondizionatamente. Perché in fondo sa che sta prendendo, da tutto quello che sta bevendo -metaforicamente dico, non vendono neanche alcolici forti- durante le giornate, nutrendosi a sua volta. E la signora Pennabilli se la balla, concedendosi in questo vortice virtuoso di creatività, di magia, di pulsazione vitale, e non mi chiedo neanche da dove invece lei beva questa buona vibra e chi gliela stia dando, circola tra la gente e va bene così. Questo ho capito alla fine: a tutti i personaggi della storia rimane qualcosa dentro dopo questa esperienza. In uno dei teatrini dove arriviamo a notte fonda, sopra al piccolo sipario c’è scritto in greco “Creazione” e “Libertà”: mi riconosco in quest’aria pura, in questa brezza tiepida; libero di creare, e creato libero, sono le prime cose che mi vengono in mente. Così, mentre ascolto il borgo, gli artisti, le nostre note, la danza spensierata della gente, la polvere che si solleva a ritmo di musica, volo tra le campane tibetane, nei colori delle bandiere, da un palco all’altro, da un incontro a un altro, da una canzone mai sentita a una piroetta buffa, da un volto dipinto a un sorriso luminoso, sotto il sole e sotto la luna, e non smetto di imparare neanche un secondo, buttando nel calderone comune tutto me stesso, e prendendo il piccolo, ma straordinario, sorso di magia che mi spetta, ma che non mi aspettavo.