Ruggine

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Ruggine

I Turkish Café sono una band nata qualche anno fa durante il mio Erasmus a Bruxelles.
Io sono il chitarrista. Scriviamo e suoniamo canzoni, proprie e di altri. Le nostre canzoni sono molte. Una delle ultime si chiama “Ruggine”. “Ruggine” parla dell’operazione di Nch che ho subito un paio di anni fa. Un paio di giorni fa ci hanno detto che è passata alle audizioni di Sanremo Giovani. Sanremo Giovani è una cosa molto grande. Molto grandi non sono le nostre spalle. Le nostre spalle sono fatte dalle nostre spalle e non da quelle di altri. Gli altri hanno le spalle grandi. Grandi sono le spalle coperte da un sacco di conoscenze. Le conoscenze sono quelle persone che saluti stringendo la mano e dialogando a proposito di darsi una mano. Darsi una mano vuol dire aiutarsi. Aiutarsi vuol dire concedere o no una possibilità. Possibilità vuol dire un posto sul palco. Palco vuol dire visibilità. Visibilità vuol dire pubblicità. Pubblicità vuol dire lavoro. Lavoro vuol dire soldi. Soldi che quindi vanno a quelli che stringono le mani e si danno una mano.
Stavolta però voglio pensare bene.
Voglio pensare che nessuno mente, e che tutti hanno una possibilità.
E’ la quarta volta che arriviamo alle finali pre Sanremo Giovani,
e siccome Ruggine parla di qualcosa di utile,
utile sarebbe togliere Ruggine al mondo musicale di oggi.
#mammaliturkish


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Forse, ma forse, ma si…

Vasco entra in un programma televisivo dubbioso con la chitarra scordata, sembra appena sceso dalla moto, e si prepara ridacchiando. Forse non gliene frega niente. Si siede, prende lo strumento e canta. Cambia anche qualche parola della sua canzone. Lo guardo attentamente. L’ho sempre considerato un mito, anche quando ha smesso, forse, di scrivere cose così, come Sally. Mentre ascolto, piano piano comincio a infilarmi nel pubblico, mi siedo tra la gente, con aria indifferente. Cerco di capire, di sentire. Sono tra ospiti illustri, nessuno fiata. Sopra, gigante, la scritta “Telegatto di platino” ha un qualcosa di inquietante. Mi chiedo cosa c’entri tutto questo con Sally. Ascolto, in silenzio, le parole, e la chitarra, e mi chiedo chi gli avrà insegnato quegli accordi, così semplici! Da da ba dam, senti che fuori piove, senti che bel rumore. Lui sta lì, guarda il pubblico, continua a cantare. Nella mia mente si accendono le voci di tutti quelli a cui lui non piace, forse gente della mia età, o più piccoli, o più grandi, gente che considera la musica come qualcosa su cui opinare, o della quale discutere. E allora con questo video mi rivolgo a tutti quelli che oggi, forse, scorrono l’ennesimo elenco per molti anonimo di partecipanti a Sanremo, senza sapere che proprio lui è arrivato penultimo in quel festival. Penultimo, con solo un voto in più dell’ultimo. Cioè è arrivato praticamente ultimo con l’unica canzone, forse, davvero importante di quell’anno. Una canzone, Vita Spericolata, che ha segnato, forse, un’epoca e che ha rappresentato un’intera generazione, e forse la rappresenta ancora, dopo più di 30 anni. La chitarra la suona male e a volte stona di brutto. Ma, forse, canta e vive di pancia, di cuore, non ha dizione, non gliene frega niente di niente. Forse è così marcio che è uno specchio per tutti noi, sta lì a raccontarci una storia triste, dalla melodia superba, per ricordarci, forse, cosa vuol dire dire qualcosa, per insegnarci a stare tranquilli, che la verità è, a volte, in uno sguardo placido al pubblico. E mentre scrivo, vi chiedo di ascoltare sì la canzone, sì le parole, ma di dare attenzione infine a quell’ultima, piccola, insignificante, nota stonata. E vi dirà cosa, forse, vuol dire essere grandi. Quella nota è vera, così come lui, che, forse, è grande perché è lui e basta. E mentre ci scapicolliamo, affannati, per cercare, forse, di apparire, di essere chi non siamo, di trovare un sound, un riff, un look, un target, un social, un post, un like, invito ogni collega musicista e non, a cercare di essere così. Di scrivere o dire qualcosa che possa far nascere, forse, qualcos’altro di meraviglioso. Di salire sul palco o nella vita ed essere sé stesso, stonato o intonato, strano o normale, brutto o bello, abbandonato, primo, ultimo, …solo.
Come quella nota finale, forse giusta e stonata. Così perfetta, come tutti noi.

Forse, ma forse… ma si.


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EMERGENZA Vol. I, ovvero “L’ARTE DI EMERGERE NELLA MUSICA POP ITALIANA”

Italia 2016, quasi 2017. C’è un esercito di musicisti, cantautori, parolieri, sognatori, gente che canta e suona canzoni proprie, che da qualche anno si trova in trincea, ogni giorno, per resistere tra il desiderio profondo di creare arte per sé stessi e per l’arte, e il compromesso di dover pensare a:
– successo e soldi
– diritti d’autore;
– dove suonare;
– perché suonare;
– mangiare.

Le dinamiche che comandano sono per lo più:
– cercare una buona idea;
– reinventarsi;
– fare dozzine di serate random;
– cachet;
– qualche festival importante (probabilmente a pagamento) per dare visibilità al progetto;
– la durata delle canzoni, “non più di 3 minuti, come Zucchero”;
– fare una canzone l’anno, preferibilmente inedita, altrimenti “si brucia”;
– puntare tutto su quella;
– chiaroveggenza su cosa andrà “di moda” quest’anno;
– Sanremo (lontanissimo)
– Xfactor, Amici, The Voice, ecc (anni luce)

Ascoltare i consigli sulla propria musica, ovvero ciò che segue a “Mi piace quel che fai ma…”:
– Deve assomigliare un po’ a…
– Assomiglia troppo a…
– Sembra un mix tra gli Abba, Loredana Berté e Lino Banfi
– Devi dire qualcosa di accattivante!
– Devi dire qualcosa di condivisibile!
– Però devi essere originale!
– Non devi essere troppo innovativo altrimenti non ti capiscono…
– Che bello quando scrivi qualcosa di poetico!
– Però sei troppo poetico, non ti capiranno.
– Non devi dire qualcosa di scorretto!
– Però quanto mi piace Levante quando dice “che vita di merda!”
– Devi dire qualcosa che piaccia alle massaie.
– Però non cadere nel pop…
– Tu non sei pop rock folk indie reggae ska: sei una contaminazione.
– E poi non suonare tutto, ci vuole un po’ di elettronica. Ma la senti la radio?
– Pensa, c’è anche quello famoso, lì, che non sa neanche suonare uno strumento.
– Il ritornello deve arrivare a un minuto esatto, anzi a 45′ secondi… o forse a 30”
– Senti, parti direttamente col ritornello.
– Deve arrivare dritto come una spada.
– Lo devono cantare tutti!
– Dev’essere un tormentone…
– Serve soltanto un pezzo per sfondare!
– Poi tu sei bravo, hai già un repertorio e una gavetta…
– Devi suonare in giro per l’Italia (conosci ogni stazione, autogrill e benzinaio dello stivale)
– Al fonico che ti registra devi dare un “riferimento di ascolto”
– Senti senti! oggi in radio suona questo!
– Ma tu che genere fai? Ma scrivi prima il testo o la musica?
– Perché scrivi?

Nessuno ti dice mai “fai cagare. Lascia perdere. Il mondo è diviso tra palco e pubblico. Tu devi stare nel pubblico”.
No. Oggi -quasi- tutti hanno il dovere di salire su un palco e ad avere i famosi 15 minuti di fama.
Prima o poi non rimarrà più nessuno ad applaudire: saremo tutti sul palco!

Allora ripenso, ma è sempre stato così? Come ci siamo arrivati?
Parto da questo pensiero: l’ultima canzone che ricordo del Festival di Sanremo, quella che dovrebbe essere la principale galleria d’arte della musica leggera italiana… è del 96. Anzi del ’97, proprio degli “sconosciuti” Jalisse. “Fiumi di parole” mi trasporta a pensare ai fiumi di nomi che negli anni ho sentito e che ho dimenticato.
Fatevi un giro su Wikipedia: gli elenchi degli artisti giovani partecipanti a Sanremo (e di alcuni big) sembrano una lunga serie di nomi inesistenti, una Spoon River dei sogni musicali infranti degli ultimi 20 anni. Pochissimi, quelli che si sono confermati col tempo.
Le canzoni, un cimitero di melodie orecchiabili con arrangiamenti spesso rubati ad MTV.
Sfido chi voglia ad ascoltare le nuove proposte di quest’anno e non trovare i suoni dei vari Coldplay o Jain e via dicendo, così come richiami alle melodie vecchie che ritornano puntualmente, cambiando una o due note per non cadere nel palese plagio.
Arriviamo sempre dopo? Eppure gli italiani hanno inventato quasi tutto!

Chi fa cose davvero nuove? Fare cose originali paga?
Mi guardo indietro e forse l’ultimo cantautore big italiano è Tiziano Ferro. Gli altri sono “indie”.
Se “Jovanotti” ha 50 anni e “Vecchioni” ne ha 73, l’Italia non è un paese per giovani.
I giovani sempre ggiòvani resteranno, anche se brizzolati.
I big sono sempre quelli. I vip pure. La moda pure. La musica pure.
L’unica cosa che è cambiata davvero è la tecnologia, che ci sta cambiando di brutto:
abbiamo sempre il telefono in mano.

Quindi arriva qualcuno che puntualmente ti dice: “devi approfittare della tecnologia!”
E ti ritrovi che devi:
– fare il videoclip (e via di nuovo con l’elenco: accattivante, originale, condivisibile, …);
– pubblicare foto, perché “alla gente piace la tua vita personale”
– lanciarsi nel crowdfunding;
– seguire i social;
– il sito dev’essere figo;
– forse però è troppo figo, dev’essere più chiaro e diretto;
– ti conviene comprare i mi piace, è obsoleto auto-acquistarsi su iTunes;
– è obsoleto pure quello, compriamo i mi piace che metti, così la gente si sente stimata e ricambia;
– anzi, sicuramente c’è qualche novità, comprati la guida aggiornata Instagram;
– aprire il canale Spotify;
– pagare per la sponsorizzata su Facebook;
– devi postare qualcosa ogni giorno, tieni attiva la pagina!
– devi farti seguire da più gente possibile…
– fai dei live acustici a casa e li carichi su Youtube (croce e delizia);
– ci sono le web radio, loro ti passeranno sicuramente (ce ne sono migliaia);
– hai visto quel social nuovo? Spacca!

E poi, solo poi, il suono.
– la musica deve seguire come va il mondo: si deve sentire bene nei cellulari!
– il mastering si deve adattare, oggi i ragazzi ascoltano così la musica.
– però fa figo se stampi dei vinili…
– mi sembra che non importi l’impianto hi-fi, ma importi il wi-fi.

E allora mi rilasso e suono per me, o magari con gli amici. Ma mi accorgo che:
– non suoniamo più le canzoni in compagnia;
– se suoniamo, suoniamo le stesse dagli anni ’70;
– in spiaggia cantiamo ancora Battisti;
– fortuna Mannarino, rara eccezione, che s’è mbriacato, anche se mi hanno detto che è antipatico;
– forse è antipatico solo perché non è andato a Xfactor, o ad Amici;
– poi ci lamentiamo se a Sanremo vanno quelli di Xfactor o di Amici;
– ma quelli li conosciamo, hanno questo, questo e quest’altro problema; sono sensibili, coraggiosi, tormentati, hanno avuto un flirt con quest’altro partecipante, li segue questo artista che li stima, quindi è bravo;
– oggi per sfondare si deve per forza essere tristi: sii triste e sfonderai;
– guardiamo Sanremo come se fosse l’esame finale di un percorso terapeutico di cura iniziato in una fila per strada, sperando di non essere segati alle audizioni, e poi li critichiamo anche se ci piacciono, dicendo che sicuramente sono dei raccomandati;
– chissà quale casa discografica hanno dietro…
– si sa, in Italia devi avere delle spinte!
– ma cos’hanno in testa i giudici? Eravate più bravi voi!
– però è bravo dai, lui avrà successo. Mi sto canticchiando già il ritornello…
– presto avremo un altro talent, un altro Grande Fratello della musica, a drogarci di nuove proposte, che elimineranno come per magia quelle dell’anno prima;
– arriverà l’anno prossimo e sentiremo: hai visto i nuovi partecipanti di quest’anno? C’è quella ragazza che canta da Dio!

Ma canta le canzoni di chi?
Semplice: le canzoni di una stretta cerchia di autori e compositori triti, ritriti e ricchissimi.
Voglio essere ottimista, però: so per esperienza che c’è ancora molta gente che scrive, alla ricerca del proprio mondo, nella convinzione di aver avuto qualche buona idea e sperando che un giorno qualcuno possa ascoltare le sue note e le sue parole.
Se il sottobosco un giorno diventerà foresta, allora spero che abbia la meglio la selezione naturale e che la musica che oggi è nell’ombra possa vedere il sole e arrivi alle orecchie di tutti.

Stringo, anche se ne avrei molte altre da dire.
E vi chiedo: che fine ha fatto la musica, che fine ha fatto la poesia, che fine ha fatto l’arte, che
fine ha fatto il messaggio? Perché ascoltiamo le canzoni?
Che fine ha fatto dire, e dare, qualcosa di vero, anche se fa schifo?
Preferisco il “Vaffanculo” di Masini. E anche un semplice “Grazie. Prego.” non sarebbe male.
Andiamo a trovare la musica vera, la sincerità, le inquietudini del mondo.

Confucio, che amava la musica, una volta disse a un discepolo:
“Vuoi sapere se un Paese è ben governato? Ascolta la sua musica”.