Il pranzo di Pasqua

Non facciamo in tempo a digerire il pranzo di Pasqua che è già estate. In un attimo tutti ci segniamo in palestra e siamo già al mare. Arriva giugno che vola via insieme a luglio, con la mente già in ferie, e non ce ne accorgiamo neanche che l’estate è bella che finita, è durato tutto un po’ di sabbia e qualche spritz, si alza il vento, le scuole ricominciano tra poco, così un altro anno, ed ecco che a fine agosto già sentiamo il profumo del pandoro nell’aria che si mescola con quello delle castagne, che mentre le mangi cambiando l’ora solare, annunciano buie giornate, e tra i fedeli che accorrono ai centri commerciali si comincia a spargere il virus del Natale, cominciamo a incartare, a novembre gli alberi sono già addobbati e colorati e ai loro piedi ci sono già i regali pronti, così la testa può finalmente concentrarsi su cosa fare a capodanno, che quando arriva nessuno se lo fila più, perché mentre ci voltiamo a tirare le somme dell’anno appena trascorso, quello dopo ci prende per il colletto e ci butta nel suo trenino, a brindare nel bene e nel male, e mentre ci togliamo i coriandoli ecco che le giornate si allungano, l’inverno finirà presto, con i primi fiori ce ne andremo da qualche parte, su un bel prato, magari a pranzo, al pranzo di Pasqua.

Il tempo resiste

C’è il sole. Un signore anziano che sembra mio nonno è seduto da solo davanti al suo garage e mi guarda. Ricambio e sorrido dal finestrino, mentre riparto pigro dal parcheggio del bar dove mi sono fermato per prendere un caffè. Chissà cosa pensa mentre gli passo davanti. Forse non se ne accorge neanche. Quando non vuoi sentire il tempo che scorre, si dice si pensi al tempo che fa. Sospetto che lui sia uscito a prendere il fresco. Mi chiedo come sarò invece io da vecchio. Chissà poi se lo sarò mai. Mi guardo allo specchietto e penso che il tempo esista, per la mia faccia da mezza estate e perché un tempo mi sarei guardato dai sedili posteriori. Immagino un dialogo improbabile col vecchio. Mi dice sicuramente qualcosa di quando era ragazzo. Quando ero giovane io, non avevo le scarpe: volavo! Gli rispondo che ha ragione, che ora siamo tutti rincoglioniti. Non mi riconosco in questa categoria, ma forse ne faccio parte. Un tempo si aveva soltanto il tempo. Ora abbiamo tutto, tranne il tempo. Sarei voluto scendere a parlarci davvero. Sarebbe stato un quarto d’ora memorabile. Sarei arrivato in ritardo dove dovevo andare. Ma il tempo arriva puntuale. Amico o nemico il tempo resiste. Corre, si batte. Scorre. Se hai fretta fai presto, che fai ritardo. Se hai troppo tempo, vorresti farlo scorrere presto. Inutilmente. Perdiamo tempo a non godere del tempo, potremmo farne una scultura meravigliosa! Prendiamo tempo per poi un giorno poterlo fare e arriviamo invece in tempo per fare chissà cosa. Dunque perdiamo tempo.
E allora faccio il mio tempo, vivo quando devo farlo, cioè sempre. O quasi. Compio le mie missioni, perché quando passerà starò soltanto a guardare, a ricordare. A ricordare di averlo fatto, di aver fatto il mio tempo, plasmato una statuetta di argilla a forma di ragazzo senza scarpe.
Davanti a un garage, un pomeriggio d’estate guarderò un giovine salire in macchina e mi rivedrò nei suoi occhi. Mi sorriderà. Magari scenderà, se avrà tempo.
Gli dirò: “finché puoi, guarda avanti. Fai il tuo tempo”.

Scusate il ritardo. Oggi è mercoledì. A martedì prossimo.