“Giuliano il cantante italiano”

E’ domenica, il giorno dopo il matrimonio di mio cugino Edu, a Buenos Aires. Novembre, primavera nel sud del mondo. Mio zio El Tucán, chitarrista de “Los Violadores” pionieri della scena punk-rock argentina, mi chiede se io voglia andare al suo concerto, quella sera, a Quilmes. Accetto, mi vesto un po’ punk per non dare nell’occhio, e partiamo. Conosco gli altri musicisti, il manager e i loro amici, nella sosta al benzinaio durante quell’oretta di macchina. Arrivati sul posto, conosco anche il cantante, Pil, un idolo per molti e per me. Un animale da palco, inventore del punk argentino, pieno di cultura. E di aneddoti. Lui è sdraiato sul divano del camerino, beviamo un po’ di birra e dopo un po’, mentre fa qualche posizione di yoga mi fa “la conocés Azurro? Azurooo… il pomerigio è tropo asurroo… La conocés? La cantano Die Toten Hosen”. Rispondo di si, e certo, come fai a non conoscere Azzurro. Gliela canticchio. Sorride, si guarda con mio zio. Sta per salire sul palco, e mi fa “dopo il settimo pezzo ti chiamo e la canti”. Panico. Bevo un’altra birra, mi scrivo sulla mano quello che ricordo delle strofe, salgo sul palco. “Un aplauso para Giuliano, el cantante italiano!”. Guardo il pubblico -qualche centinaio di persone- invento un po’ di testo, il bassista e il batterista il resto, qualcuno dal pubblico mi stende anche la mano, mio zio fa degli assoli, applausi, esco. Il manager mi fa “di sicuro la miglior parte della serata”. Tornando a casa, mi dicono “ci vediamo la settimana prossima, per il concertone a Buenos Aires, mi raccomando!”. Sorrido e annuisco, colgo l’ironia, rilancio chiedendo per l’occasione una maglietta dell’Italia. Il giorno dopo parto per Mar del Plata, dove sono nato e dove ho ancora molti parenti e amici.

E’ sabato, è passata quasi una settimana e durante un asado tra amici di scuola, ricevo una telefonata: “Ciao, sono Mariano, il manager… come stai? Ti ricordo che lunedì sera devi venire a Buenos Aires, suoniamo per i 30 anni del punk argentino, devi venire eh? Siamo in tournée e stiamo dicendo a tutti che ci sarà anche Giuliano, il cantante italiano!”. Chiamo mio zio. Mi conferma che è tutto vero: “Vieni allora?”.

E’ lunedì, appena arrivato di nuovo a Buenos Aires vado sul posto. E’ enorme. Il palco anche. Un locale al chiuso, un club di quelli veri. Mi aspettano tutti. Nel camerino c’è stampata la scaletta ovunque, loro sono gli headliner e io non mi sento punk neanche un po’. Arriva il manager e mi lancia una maglietta dell’Italia, quella di Italia ’90, originale, e mentre dentro di me comincio a cantare “Notti magicheeeee..”, Pil il cantante mi fa: “hanno fatto anche le prove per te, va bene in La minore?” Io:“Spero di si…”.

E’ sempre lunedì, la sera. Fuori la gente fa la fila, arrivano i gruppi, si susseguono l’un l’altro nel check. Provo anch’io, al volo, la voce. Nei camerini conosco musicisti, fotografi, gente di ogni tipo che ha visto com’era prima che il rock morisse. Qualcuno mi dice anche che è offeso perché gli hanno portato solo birra e Fernet e Cola. Ma io avevo 8 anni ed ero a Disneyland.

Il concerto parte, il tempo vola, e “tocca a te”, salgo sul palco. Prendo il microfono sul quale hanno cantato tutti fino a quel momento: qui il tempo si ferma.

Da qui partono due storie.

La prima: mentre guardo il pubblico, mi viene in mente un ricordo vivido. Quattro anni prima, durante un viaggio in Sudamerica, io e il mio amico Danimanzo, con un gruppo di ragazzi ci eravamo dati appuntamento a Buenos Aires, per fare serata, mentre eravamo al Salar de Uyuni, in Bolivia. Quella serata era stata davvero fatta, dopo un mese di viaggio, e dopo una cena delirante eravamo finiti in un club stupendo, pieno di acrobati, giocolieri, tamburi, gente, colori, musica e festa. Durante quella stessa serata, conclusiva di un viaggio, avevo avuto l’idea di realizzare il mio disco “Doble Mundo – Doppio Mondo”, e cosa volesse dire per me. Spesso ancora oggi mi ricordo di quella serata, di quell’idea e di quella sensazione forte e nitida, che mi aveva cambiato un po’ la vita. Torno al presente, e mentre guardo il pubblico che aspetta che canti, capisco che il posto è esattamente lo stesso di quattro anni prima. Si chiama Niceto Club. Mi guardo intorno, collego i ricordi e le immagini. Sì, è proprio qua. Il cerchio si chiude. Un brivido, profondo.

La seconda: mentre guardo il pubblico, prendo il microfono. Dopo molti gruppi, e dopo mezzo concerto, l’atmosfera è calda. Stavolta sapevo il testo, le parole, l’intonazione, avevo l’abbigliamento adatto, ero nel posto dove avevo avuto l’idea di cominciare a fare musica anche da solo, sapevo cosa sarebbe successo più o meno nei minuti successivi, avevo insomma calcolato tutto. C’era soltanto una variabile che non avevo inserito. Chi canta sa bene che per far suonare e risuonare bene la voce bisogna quasi mangiarsi il microfono. Ma quel microfono lì… quel microfono aveva un sapore di capra putrefatta, morta da due mesi, stagionata, vecchia e triste. Non era più neanche la puzza della musica, del locale, della gente che pogava. Era proprio il sapore di …un altro brivido, ancora più profondo. Ho buttato giù e ho cantato, ma si, vai con un “Buonasera a tutti” e via. Non ho potuto dire una parola in spagnolo, perché ero Giuliano il cantante, il trovatore italiano.

Concludo: se il rock è morto, così come il punk, probabilmente è ancora dentro a quel microfono. Però dire di sì, a volte, è l’unico modo per assaporarlo.

(Ps: Nel video non si sente ma il chitarrista, mio zio, che vedete sulla sinistra, alla fine come per scusarsi poi ha detto: “…è mio nipote”)

Insomma, “Non siamo fuori dalla coppa! Grazie. Ciao”

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