Author Archives: julico

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Chissà se sarai lì

Mi perdo in ogni città,
cercando in quale caffè potrò fermarmi
a prendere nota del mondo, e segnare
ricordi che poi col tempo verranno a trovarmi.

Mi piace cercarti così
sognando quel posto che ci farà incontrare
o dove sei nata e cresciuta o dove
sapresti, paziente e curiosa, starmi ad aspettare.

Ti cerco in questa città,
a volte a Bologna di notte o a volte più a Roma,
Parigi non fa per te, piuttosto Catania, Venezia
o il porto di Ancona: chissà se sarai lì.

Ti ho persa in mille città,
ma in altrettante ho trovato un altro amore,
quello che brucia la pelle e dura
il fuoco di un giro di giostra o di un paio d’ore.

A volte ti vedo a New York,
e credo di averti incrociata anche a Berlino,
o sotto la torre di Londra o in qualche volo
che da Buenos Aires portava a Pechino.

Ti cerco in questa città,
a volte a La Habana escondida o a volte a Verona,
Parigi non fa per te, hai detto salendo sul treno
a Barcelona: chissà se sarai lì.

Mi perdo in ogni città
di notte cammino soltanto per andare,
i miei passi contano il tempo che manca
e mi chiedono se sarò pronto a vederti arrivare…

Ti aspetto in ogni città,
in tutti i viaggi di andata e nei ritorni.
Non so quale faccia per me,
in fondo lascio al destino le mie sorti:
chissà se sarai lì.

(Pablo & Julián Corradini)


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Dai Sibillini alle Ande

Ho iniziato lo scorso anno sulla cordigliera delle Ande, e questo nuovo sugli Appennini. Sono le due catene montuose che mi rappresentano, almeno per ora. Ho sempre preferito il mare, e forse è per questo che adoro la montagna. Così come quelli che hanno un brevetto da pilota d’aereo, spesso hanno anche la barca, perché amano volare sull’aria e sull’acqua. La dinamica di molte manovre è la stessa. Così, il pensiero che corre sull’orizzonte di un mare, o tra le guglie di una montagna, sempre libero è, e respira a pieni polmoni. Per un attimo dimentichi anche dove ti trovi. Per un attimo non ha più importanza se sei sui Sibillini o sulle Ande. Con la neve negli occhi, il sole, il vento che viene e viene, ti rendi conto che quello che resta fermo sei tu, mentre il mondo gira. Sei sempre tu, lì, immobile, a guardare altri panorami che scorrono sotto di te dopo ogni tua decisione, che la montagna va da Maometto o viceversa, tanto è uguale, come un’onda resta ferma se la terra ruota sotto di lei. E ti rendi conto che in qualche modo è la montagna che ti presta i suoi occhi per osservarla per com’è veramente. Per farti vedere quanta infinita bellezza c’è in te, e non averne paura. Se l’affronti guardandola in faccia, allora probabilmente stai spostando le valli, i boschi, gli animali, i laghi, i sentieri, i precipizi e le vette, modificando il tuo panorama interno, creando paesaggi nuovi da scoprire, nei quali camminare, rifugi dove dormire, cascate dove poter bere, dando vita a una nuova, personale, geografia, orogenesi del tuo io più profondo… e più alto.


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Diciotto

Il 18 è il numero che di solito nella mia vita corrisponde agli inizi. Il 18 maggio sono nati i Turkish Café, una domenica, dopo essere usciti di casa al numero 18 dove vivevamo a Bruxelles, il 18 febbraio abbiamo fatto il primo vero concerto, il 18 aprile è stato il primo live de La Terapia Latina. Così, mi sono fatto un giro in rete per trovare i suoi significati e le sue ricorrenze (stringo all’essenziale).

E’ un numero composto da 1, inizio, novità, istinto, e 8, abbondanza e infinito. Il 18 incoraggia e sostiene la prosperità, le fini e gli inizi, la ciclicità e la fiducia. Insomma, se avete voglia di intraprendere un cammino importante, soprattutto interiore, sarà il momento. Considerando anche che nella smorfia il 18 è il sangue, ci vorrà sicuramente molta grinta, non puntate a un 18 politico, e se siete maggiorenni, questo numero è stato già importante, se non lo siete, presto lo sarà. Personalmente ho un debole per quei numeri che si trovano tra due numeri primi, così come il 18 sta tra 17 e 19. I fissati di matematica sapranno anche che i Maya avevano un anno di diciotto mesi, che è uguale al doppio della somma dei suoi stessi numeri e che è la somma di 3,4,5,6. I più mistici sanno già che i Druidi utilizzavano l’alfabeto degli alberi, denominato Ogham, per riti divinatori, e che questo alfabeto si componeva di 18 lettere (5 vocali e e 13 consonanti); ciascuna di queste lettere prendeva il nome dell’albero del quale è l’iniziale. Gli storici un po’ amanti del mistero sanno che 18 sta per Adolf Hitler, prendendo spunto dalle sue iniziali, forse collegandolo anche alla somma di 6,6,6. I più religiosi sanno che le anime dei Giusti, citate nella Bibbia, giungono su 18 colonne profumate, che la letteratura buddhista menziona le 18 condizioni di Buddha e che i Bonzi, durante le loro preghiere, usano un rosario composto da 18 grani.

Il dettaglio che mi affascina di più è però uno più sottile ed esoterico, o meglio, molto più bello e pratico: il 18 è un numero femminile, così come la somma di 1 e 8 fa 9, anch’esso un numero legato alla donna e alla generazione di nuova vita. Per gli ebrei, il cui alfabeto è legato direttamente ai numeri, il 18 vuol dire “vita”. Nei tarocchi la carta numero diciotto è la luna, e la luna è donna. Mi piace pensare dunque a questo nuovo anno come a una donna, con i suoi pregi e difetti, le sue virtù e i suoi limiti, la sua bellezza e rotondità intrinseca, come un 8 tondo tondo che sono seni e sono occhi, numero di infinito, con la sua abbondanza e il suo mistero. Mi piace pensare che, come terra, è fertile se uno pensa che lo sia, dando la propria impronta digitale alla vita, con intenzione, con sangue e perfezione, e che i nuovi propositi siano sempre guidati dalla fiducia.

Daje 18, luna controversa, piena di abbondanza, facci vedere il mondo com’è. E portaci qui dentro, portandoci lontano. Buona fine, e buon inizio!


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Il Pensierino

Eccolo il 23 dicembre, il terribile giorno in cui si esce comprare il “pensierino”. Siamo stati tutto l’anno dentro casa a drogarci di serie tv e oggi usciamo a riempire i centri commerciali per prendere un pensierino per quelli che, ahimé, non rientrano nel budget del pensiero un po’ più grande. Nel bene l’abbiamo fatto tutto l’anno, il pensierino, mentre scorriamo la home dei social, facendo gli auguri su facebook e mettendo qualche cuoricino su instagram. Per i più arditi, abbiamo telefonato a qualche amico lontano, sempre se non gli abbiamo appioppato cinque minuti di nota vocale su whatsapp, alla quale poi si sentirà obbligato di rispondere in qualche modo. Perché il pensierino è così, in fondo è anche un ricatto: la maggior parte li facciamo non per dare, ma per non sentirci male nel momento in cui ci regalano qualcosa e noi non abbiamo niente in mano per ricambiare. E’ un gesto di cortesia preventiva. Se ci abituassimo a dire semplicemente “Grazie” magari il mondo sarebbe un posto migliore, pieno di pensierini autentici e di cortesie spontanee, magari un 3 marzo, 14 novembre, o un 28 luglio qualsiasi. Così, ecco che per la vigilia il 24 pomeriggio abbiamo sotto l’albero un arsenale di pacchetti con cose comprate durante il black friday o il cyber monday, se siamo stati intelligenti rateizzando il tutto fino a Pasqua, giusto per non essere tirchi e fare un bel pensierino a chi durante l’anno se l’è meritato, ergendoci a giudici del buon familiare o buon amico, una sorta di befana moderna, che se non sei stato bravo con me ti faccio un pensierino un po’ più semplice, se invece sei stato un bravo bambino magari meriti un regalo vero.
Che però ci può anche stare.
Perché la vita è fatta anche di relazioni che vanno bene o male, che peggiorano o migliorano, che cambiano, relazioni da coltivare magari proprio in questi giorni di festa, di famiglia, di amici, di calore, di abbuffate, di casa, di brindisi e regali scartati, per ringraziarsi sorridendo e riabbracciarci con persone lontane, con soltanto il gesto di un semplice pensierino, a volte ponte tra persone troppo spesso sole, e allora viva il pensierino, magari meglio se autentico, per augurarci un futuro all’altezza dei nostri sogni: un vero e proprio Presente.

Buon Natale!


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Mrs. Robot

Il 25 ottobre, mentre in Italia l’aspettativa di vita faceva spostare l’età pensionabile a 67 anni, Nord Corea e Usa si lanciavano minacce, Inter e Napoli si giocavano la vetta della classifica, stava per essere approvata la nuova legge elettorale e si teneva la 19esima Giornata Mondiale della Pasta, in Arabia Saudita veniva data la cittadinanza a un robot di nome Sophia.
Per la prima volta nella storia, un robot diventava cittadino. Cittadino vuol dire membro di una collettività organizzata, città o nazione che sia. Una persona con i suoi diritti e doveri. Sophia è, oltre che nuovo cittadino saudita, l’ultima arrivata di una società che si chiama Hanson Robotics. Le sue sembianze -ha il volto di una ragazza- l’hanno fatta diventare una star, partecipa spesso a interviste in giro per il mondo, sorride, ammicca, risponde a tono, sa giocare ed esprimere sentimenti con parole ed espressioni facciali.
Quindi, all’interno di un pannello del Future Investnent Institute, a un certo punto l’intervistatore Andrew Ross della CNBC le chiede: “credi che i robot possano essere consapevoli della loro coscienza e sapere che sono robot?”; Lei gli risponde: “e tu come sai di essere un umano?”.

Avete mai visto Westworld?


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Convinzioni

Il motivo per cui un giorno siamo in forma, un altro un po’ meno, un altro per niente, un altro siamo normali, in fondo non c’è. O meglio, non lo possiamo comprendere. In fondo sono migliaia i fattori a cui ogni giorno siamo esposti e che condizionano il nostro fisico, il nostro umore, la nostra mente. La luna, il clima, i pianeti, l’oroscopo cinese, cosa abbiamo cenato ieri, la maestra delle elementari, i sogni fatti, le cose da fare, il piede con il quale ci alziamo dal letto… Durante il giorno la maggior parte delle cose che facciamo le spendiamo inavvertitamente a correggere il tiro, per essere più normali possibili, per stare più nel modo in cui pensiamo che dovremmo stare possibile. E allora ecco che ci droghiamo di caffè, di tv, di social, di qualcosa, rimaniamo incantati davanti alla vita trasognanti senza un motivo, facciamo sport, ci cerchiamo nella meditazione di vario tipo, c’è chi fa yoga e chi fa boxe, a volte ci ritroviamo soltanto con un respiro nel momento giusto, ed ecco che andiamo avanti con la prossima sfida, in un susseguirsi tumultuoso di eventi che nelle ore si protraggono finché non ci addormentiamo di nuovo. E lì non ci fermiamo, perché subentra l’inconscio a parlare e ripulire, a dirci cose, a mostrarci con volti di altri personaggi le nostre stesse paure, i nostri veri misteri, le nostre vere verità, finché non ci svegliamo di nuovo, e ricomincia il circo dei modi di ritrovarsi, quasi istintivo, con ragionamenti così poco razionali che nel momento in cui -per caso- per un attimo abbiamo lucidità e presenza, ecco che capiamo quanto mediocri siamo la maggior parte del tempo e spazio. Forse basterebbe accettare la nostra condizione, prendendola, come fa l’aikido, e facendo fluire le energie verso dove -oggi- devono andare, sfruttando le loro forze a nostro stesso favore, così come un giorno è nuvoloso e un giorno è sereno, un altro giorno nevica e il giorno dopo, o la sera stessa, può splendere un enorme tramonto. Forse condurci verso dove siamo diretti è questione di non drogarci della nostra convinzione di dover essere sempre il nostro nome e cognome, il nostro lavoro, la nostra idea che abbiamo di noi, o che hanno gli altri, ma accettare di essere in ogni momento nuovi, in ogni momento in viaggio in un punto diverso del cosmo in un pianeta che viaggia a centinaia di migliaia di km orari nell’universo.


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Il pranzo di Pasqua

Non facciamo in tempo a digerire il pranzo di Pasqua che è già estate. In un attimo tutti ci segniamo in palestra e siamo già al mare. Arriva giugno che vola via insieme a luglio, con la mente già in ferie, e non ce ne accorgiamo neanche che l’estate è bella che finita, è durato tutto un po’ di sabbia e qualche spritz, si alza il vento, le scuole ricominciano tra poco, così un altro anno, ed ecco che a fine agosto già sentiamo il profumo del pandoro nell’aria che si mescola con quello delle castagne, che mentre le mangi cambiando l’ora solare, annunciano buie giornate, e tra i fedeli che accorrono ai centri commerciali si comincia a spargere il virus del Natale, cominciamo a incartare, a novembre gli alberi sono già addobbati e colorati e ai loro piedi ci sono già i regali pronti, così la testa può finalmente concentrarsi su cosa fare a capodanno, che quando arriva nessuno se lo fila più, perché mentre ci voltiamo a tirare le somme dell’anno appena trascorso, quello dopo ci prende per il colletto e ci butta nel suo trenino, a brindare nel bene e nel male, e mentre ci togliamo i coriandoli ecco che le giornate si allungano, l’inverno finirà presto, con i primi fiori ce ne andremo da qualche parte, su un bel prato, magari a pranzo, al pranzo di Pasqua.


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Che tonalità sei?

In quale personalità ti rivedi?

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Radio killed the radio star

Radio e tv sono ormai la stessa cosa. Voglio raccontarvi questa recente esperienza mistica.

Premessa, non so se sia peggio la persona che va avanti nella vita attraverso vie semplificate, o tutti gli altri che dicono “si sa che funziona così”. Il punto è che funziona così davvero, però non sopporto i secondi. Che ti lamenti a fare? Vado al sodo: sono stato con i Turkish Café a fare le audizioni di Sanremo Giovani, il festivàl della canzone. Claudio Baglioni è davvero alto. Ho conosciuto tra i corridoi suo figlio Giovanni, anche lui in giuria. Giovanni è un grande chitarrista. Quando ho scoperto che c’era lui mi è salita l’ansia. Però tutto ok perché le audizioni le fai in playback, non si ha tempo di fare il sound check degli strumenti, sono una sessantina di brani in un (1) giorno. Soltanto le voci sono in modalità “on”. Quindi, il festivàl dei cantanti. Ci è stato detto: “non avete dato la possibilità alla giuria di farvi passare”. Sapete che vuol dire? Vuol dire che per passare alla fase successiva, se non hai dietro un talent o una major, devi essere Maradona, perché loro possano dire che “chi merita arriva”. Mi spiego: se sei “ben accompagnato e hai le spalle larghe” (non fatemi dire quella parola), probabilmente sei anche bravo, e passi. Se non sei ben accompagnato e non hai dietro qualcuno con le spalle larghe, devi essere molto, molto di più. Devi essere molto bravo, sorprendere e stupire. E’ come se in una corsa 100 mt piani tu parti da una ventina di metri indietro. Devi correre come Bolt e forse ti qualifichi. Cosa che non è successa con le audizioni dei Turkish. Anche questo è scontato, è il classico commento di chi non passa. Sentito e “risentito”: il sopracitato “si sa che funziona così”. Però raccontato da dentro è più carino. Ci hai provato, hai portato un brano che parla di un tema delicato e crudo come quello della sanità, di operazioni, di ospedali, di dottori e pazienti. Credetemi, è meglio parlare d’amore e di fiori. Ancora oggi. Abbassi le braccia, e via. Un altro concorso. Ne ho fatti molti nella musica che tratta le canzoni come vasetti di yogurt. Altra frase chiave: “una volta che l’hai pubblicata, è bruciata”. Cioè è andata, te lo devi mangiare, e anche subito, e andarne a prendere un altro, se vuoi ritentare la fortuna l’anno prossimo. La cosa che però mi ha lasciato davvero quest’esperienza, oltre al fatto che Baglioni è molto alto, è stata la faccia impaurita delle persone dietro le quinte. Non solo i ragazzi, ma anche quei personaggi del mondo discografico che sono tutt’intorno. Gente in borghese (raro un sorriso) che aspetta di veder passare i propri figlioli prodighi per ripagarsi sforzi e sacrifici. Per sperare di guadagnare. Oh, nessuno che ti dice qualcosa sulla musica, o sul comunicare qualcosa. Al massimo qualche parola sull’arrangiamento “alla moda”, pezzo “carino che funziona”, “bella voce e poi sul palco è credibile”. Molte di queste persone le conosci da altri concorsi, con qualcuno sei anche amico, qualcuno ti dice all’orecchio “..quella lì ha fatto xfactor”, tutti ragazzi come te con il cuore pieno di speranza, ma le parole che non vogliono, non possono, far trasparire nulla, per carità, mentre si guardano in quegli specchi con tutte lampadine intorno, cercando un coraggio dettato dalla speranza di andare in TV, di avere successo. Allora, innanzitutto che paura hai, visto che stai per andare a cantare una canzone che hai studiato per mesi e che hai anche inciso. Probabilmente non l’hai scritta, oggi non funziona così, ci pensa qualche “autore” a darti il brano, musica e parole e poi tu lo canti. Detesto questa cosa, però so bene che ci sono dei cavalli da corsa per il canto molto molto bravi ed emozionanti. Però emozionati no ragazzi, soprattutto se non avete scritto il pezzo. E se poi sapete che probabilmente passate, perché avete paura? Paura dovrei averla io, che ho vissuto quelle parole scritte, cantate e infine incise, che non passo alla fase successiva neanche se mentre canto giocolo con le torce infuocate su un monociclo in un cubo di un metro per un metro.

Morale della favola: la musica, anche quella che sentite in radio, è ormai televisione amici miei.

Radio killed the radio star.

P.S.: prometto che se un giorno sarò “alla fase successiva”, racconterò tutto quel che vedrò.